Il 15 maggio l’Internazionale socialista e il Partito comunista cinese hanno organizzato a Pechino un seminario congiunto per discutere di riscaldamento globale, cambiamento climatico ed emissioni di gas serra.L’Internazionale socialista, alla quale aderiscono 170 partiti ed organizzazioni politiche di tutto il mondo, ed il Partito comunista cinese che è probabilmente il più grosso organismo politico del pianeta con i suoi 70 milioni di iscritti, non potrebbero probabilmente essere più diversi l’uno dall’altro, separati da una storia che ha portato il socialismo mondiale sempre di più verso la socialdemocrazia e la difesa dei diritti umani e delle libertà personali e il Pcc verso una dittatura senza alternative e ad un turbo-capitalismo di Stato che ha tradotto il comunismo maoista in liberismo in assenza di libertà. Eppure Is e Pcc si sono trovati d’accordo nel dire che i Paesi sviluppati devono addossarsi una parte di responsabilità per le emissioni di gas serra dei Paesi in via di sviluppo.
L’ex premier socialista svedese Goran Persson ha detto che «I Paesi sviluppati esportano nei Paesi in via di sviluppo dei prodotti che sprecano energia».
«Oggi le nostre discussioni di alto livello sullo sviluppo sostenibile riflettono il rafforzamento degli scambi e della cooperazione tra le due parti dopo la creazione nel 2004 del dialogo tra il Pcc e l’Is - ha assicurato Wang Jiarui, capo del dipartimento internazionale del Comitato centrale del Pcc – Il proseguimento dello sviluppo sostenibile in Cina non è “una scelta forzata”, ma un’azione volontaria per la nazione cinese e l’umanità». Wang ha chiesto maggiori sforzi internazionali per «lottare contro il cambiamento climatico e pervenire a uno sviluppo sostenibile. Con una popolazione di 1,3 miliardi di abitanti, la Cina deve migliorare la sua capacità di lottare contro il cambiamento climatico, realizzare uno sviluppo sostenibile ed assumersi la propria responsabilità internazionale».
Il presidente dell’Internazionale socialista, il greco George Papandreou, si è felicitato con i “compagni” cinesi per «aver scelto la via dello sviluppo sostenibile. Ieri mi sono recato all’università di Tsinghua e in un cementificio e ho potuto rendermi conto del lavoro importante che state compiendo e della volontà politica che manifestate».
Sembrano proprio lontani, in morte e trasformazione del cosiddetto socialismo reale, i tempi delle contrapposizioni ideologiche e anche i socialdemocratici guardano benevolmente all’impenetrabile comunismo cinese che lascia libertà alle multinazionali e reprime proteste e indipendentismi con la sua inflessibile stretta totalitaria.
La Cina sa ormai che la dittatura non è più (se mai lo è stata) un fattore escludente e che la democrazia non fa più rima con libertà di mercato. La Cina è sempre più forte in un mondo in crisi e con "consumo-democrazie" sempre più svuotate di senso e prospettive (come pure denunciano i socialisti), sa anche che la sua crescita l’ha fatta diventare importante, anzi indispensabile, per gli equilibri planetari, ad iniziare da quelli climatico-ambientali.
Così il rappresentante in capo della Cina per le Conferenze internazionali sui cambiamenti climatici, Xie Zhenhua, ha indicato alla delegazione socialista la ricetta dei compagni cinesi: «Per assicurare il successo della prossima conferenza dell’Onu sul cambiamento climatico a Copenhagen, i Paesi sviluppati devono ridurre le loro emissioni di gas serra. I paesi sviluppati devono anche prendere delle misure attive per fornire fondi, tecnologie ed aiuti ai paesi in via di sviluppo, in particolare i paesi meno sviluppati ed i Paesi insulari, per aiutarli a lottare contro il cambiamento climatico».
Parole di miele per i partiti socialisti (spesso deboli e all’opposizione) dei Paesi poveri, ma indigeste per i partiti socialdemocratici del ricco occidente che dirigono l´Is. Partiti anche di governo, chiamati a fare sacrifici nel nome di quello che era al centro dell’ideale socialista: la solidarietà e la condivisione del “progresso” che i cinesi ora traducono in un rielaborato “internazionalismo” sempre meno proletario e molto funzionale al rafforzamento della loro già ampia influenza sui Paesi in via di sviluppo.
da greenreport.net