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08/09/14
Studio italiano conferma potere antiage della proteina Creb1. Si produce se si assumono meno calorie. Più salute per la gente e anche per il pianeta.
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Il marketing della malattia
Industria farmaceutica e marketing del farmaco
Valerio Pignatta


















Se la “medicina dell'informazione” è il massimo esempio di comunicazione in un sistema societario biologico (quello delle cellule dell'organismo umano), viceversa, “l'informazione in medicina” costituisce l'esempio tipico non proprio edificante del mancato funzionamento di tale scambio di notizie. L'informazione (o meglio la disinformazione) sanitaria è un Moloch ormai manifesto che gestisce un sistema nevralgico dell'organismo società in modo poco corretto e sotto il peso delle lobby economiche e dei poteri forti.
Negli ultimi anni, abbiamo assistito a un proliferare di campagne mediatiche condotte ad hoc per indirizzare l'opinione pubblica verso il consumo di determinati farmaci, vaccini o test diagnostici di cosiddetta prevenzione. A fronte delle campane suonate a martello che gridano al pericolo di questa o quella malattia, sono ormai assolutamente “trasparenti” e di pubblico dominio le dinamiche puramente economiche che regolano queste operazioni di marketing aggressivo da parte delle aziende farmaceutiche.
Il nocciolo della questione sta, infatti, nella relazione medici e istituzioni sanitarie da un lato e case farmaceutiche dall'altro. La professione medica dovrebbe essere svincolata da input di origine economica e da interessi di sorta.



Salute: una questione di marketing

Le industrie di farmaci investono più in marketing che in ricerca e tendono inesorabilmente a occultare i risultati delle ricerche se non a pilotarli direttamente. Il caso del Vioxx, il farmaco antidolorifico ritirato dal mercato per i suoi devastanti effetti collaterali, occultati per anni dall'azienda produttrice, è un caso emblematico del prevalere della sete di denaro sull'etica medica. Ma ce ne sono molti altri: come Zyprexa, psicofarmaco per il quale la casa produttrice Eli Lilly è stata condannata a vari risarcimenti miliardari (per prescrizioni off label ed effetti collaterali del farmaco come induzione di pensieri suicidi e diabete).
Il settore della sanità è uno dei settori economici più importanti al mondo. La Fortune 500 List, l'elenco delle 500 maggiori aziende economiche del mondo, ha riportato che nel 2002 il volume di incassi delle 10 maggiori aziende farmaceutiche superava quello delle altre 490 imprese della lista.
Nel 2004, i guadagni di una sola compagnia, la Pfizer, furono di 11 miliardi di dollari. Nell'ultimo trimestre del 2009 la Novartis, che produce tra gli altri farmaci il vaccino contro l'influenza di tipo A, ha guadagnato il 54% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente (2,32 miliardi di dollari) (1). Incassi di questo tipo non possono che generare un potere che va oltre quello che è comprensibile affidare a un'impresa economica in un paese cosiddetto democratico.



I farmaci “me too”

I guadagni smisurati sono spesso motivati con costi eccessivi, dovuti secondo le aziende stesse, agli investimenti per lo sviluppo di nuovi farmaci. Ma anche queste sono informazioni false. Solo il 14% delle entrare annue di un'azienda farmaceutica viene reinvestito nella ricerca. Nel marketing invece si investe ben il 30,8% (2). Le aziende sono quindi più interessate a vendere quello che hanno (qualsiasi cosa sia, vedi Vioxx) che a scoprire o migliorare nuovi farmaci. Più che su nuovi medicinali la produzione delle case farmaceutiche si concentra sui farmaci cosiddetti “me too”, ossia molecole già disponibili sul mercato e di cui si ha la pretesa di proporne una versione migliorata. Questi farmaci in realtà sono solo una fonte più sicura di business. L'industria del settore non è per nulla innovativa come vogliono farci credere. Secondo Marcia Angell, medico ed ex direttrice del New England Journal of Medicine, una delle riviste mediche più prestigiose al mondo, i farmaci “me too” sono il 77% dei farmaci approvati annualmente ed è stato dimostrato che solo il 14% di essi significa un miglioramento effettivo nel trattamento (3). Per straordinario che possa sembrare, negli ultimi anni sono apparsi sul mercato pochissimi farmaci importanti e di nuova concezione ed essi sono tutti provenienti da ricerche realizzate nelle università, presso piccole compagnie biotecnologiche e centri pubblici di ricerca come i National Institutes of Health statunitensi (4).



Informatori scientifici del farmaco o scaltri venditori?

Il sistema si regge quindi sulla complicità cosciente o inconsapevole dei medici.
I medicinali vengono proposti negli studi medici dagli informatori scientifici inviati dalle multinazionali del farmaco con capillare copertura. Le campagne di promozione sono mirate precipuamente al personale medico e paramedico, dato che le compagnie sono consapevoli che tutto parte dalle prescrizioni delle ricette e dal passaparola tra i pazienti sui medicinali più “in voga” che il medico affermato di turno prescrive e consiglia. Per accattivarsi le simpatie e la disponibilità cerebrale dei medici, le industrie produttrici organizzano per loro congressi e corsi di aggiornamento e riversano sul personale sanitario premi e privilegi di varia natura che possono andare da penne e oggetti di valore a viaggi, vacanze o compensi in denaro (5).
Il fenomeno è gigantesco, è risaputo anche dall'uomo della strada e lo hanno affrontato varie riviste mediche importanti come il British Medical Journal. Tuttavia il meccanismo disinformante continua a proliferare e il sistema di produzione e vendita dei farmaci non muta. Come è possibile?



L’approvazione dei farmaci: come funziona?

Sicuramente una delle cause a monte sta nella procedura di approvazione dei farmaci stessi a livello governativo e internazionale.
Negli Stati Uniti vengono approvati molti farmaci delle grandi aziende “della salute” che poi invadono i mercati mondiali. L'ente federale di approvazione di questi farmaci è la Food and Drug Administration (FDA). Nel 1992 negli Usa è stata approvata una legge, il Prescription Drug User Fee Act, che mette l'FDA sul libro paga delle industrie farmaceutiche. Essa infatti autorizza tali industrie a pagare delle user fees per accelerare l'approvazione dei farmaci. Le cifre versate dalle multinazionali del farmaco hanno negli anni raggiunto la metà delle entrate effettive dell'FDA, con la dipendenza di quest'ultima dalle prime che possiamo immaginare (6). A partire dal 2005 queste entrate ammontano a circa 260 milioni di dollari l'anno (7). Dall'istituzione di questa legge l'FDA ha implementato il personale addetto alle procedure di approvazione dei farmaci di circa un migliaio di unità. Metà dei dipendenti complessivi dell'FDA è costituito da questo personale pagato dalle industrie (8). Eppure è risaputo che la velocizzazione dell'approvazione di una molecola solitamente comporta maggiori errori e una possibilità maggiore che farmaci pericolosi raggiungano il mercato. In effetti nel decennio successivo al Prescription Drug User Fee Act sono stati ritirati negli USA ben 13 farmaci, una cifra record, e tuttavia solo dopo aver causato centinaia di morti (9). La vicenda successiva del Vioxx è notoriamente peggiore. Il Vioxx (Rofecoxib), noto farmaco antinfiammatorio ritirato nel 2004, avrebbe causato 27.785 morti per infarto del miocardio solo negli Usa. E un articolo comparso sul The New England Journal of Medicine, afferma che questa caratteristica iatrogena non è esclusiva di questo medicinale, ma dell'intera classe degli inibitori COX-2, e cioè comprenderebbe anche Celecoxib (Celebrex), Valdecoxib (Bextra) e Parecoxib (Dynastat) (10).



Note

(1) Pierson, Ransdell e Krauskopf, Lewis, “J&J results top views but forecast weighs”, Agenzia Reuters, 26 gennaio 2010. Cfr. http://www.reuters.com/article/2010/01/26/us-johnsonandjohnson-idUSTRE60P3DK20100126.
(2) Brody, Howard, Hooked. Ethics, the medical profession and the pharmaceutical industry, Rowman & Littlefield Publishers, Plymouth UK, 2008, p. 87.
(3) Angell, Marcia, Farma & Co. Industria farmaceutica: storie straordinarie di ordinaria corruzione, Il Saggiatore, Milano, pp. 79-80. 
(4) Angell, Marcia, “Health policy, pharmacy and pharmacology talks at Winsconsin School of Medicine and Public Health”, 2007. Cfr. http://videos.med.wisc.edu/videoInfo.php?videoid=940/.
(5) Martín, Moreno S., “Ética de la prescripción. Conflictos del médico con el paciente, la entidad gestora y la industria farmacéutica”, in Medicina Clínica, vol.116, n. 8, 2001, pp. 299-306. Cfr. http://www.elsevier.es/es/revistas/medicina-clinica-2/etica-prescripcion-conflictos-medico-paciente-entidad-gestora-15291-articulos-especiales-2001.
(6) Angell, Marcia, Farma & Co, cit., p. 172.
(7) Loc. cit.
(8) Loc. cit.
(9) Loc. cit.
(10) Solomon, S.., McMurray, J., Pfeffer, M., Wittes, J., Fowler, R., Finn, P., Anderson, W., Zauber, A. et al., “Cardiovascular risk associated with celecoxib in a clinical trial for colorectal adenoma prevention” in The New England Journal of Medicine, vol. 352 (11), 2005, pp. 1071–1080.

tratto da Scienza e Conoscenza n.37




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